Dalle soluzioni desktop alla telepresenza, la videoconferenza è una valida alternativa (green e a basso costo) alle tante trasferte. Parla Michele Dalmazzoni, Country Manager italiano di Tandberg, il leader mondiale del settore.
Videoconferenza – TandbergCrisi economica, sensibilità green, tecnologia ad alta definizione. Sono gli ingredienti della “tempesta perfetta” che sta facendo esplodere la videoconferenza in tutto il mondo: secondo un recente report dell’istituto Frost&Sullivan, l’attuale giro di affari di 2 miliardi di dollari crescerà fino a 4 miliardi di dollari del 2012. E sì, perché con i tagli draconiani pianificati da piccole e grandi aziende, in molti stanno ripiegando sui più economici sistemi di comunicazione video. Tanto più che in questo modo si può anche ridurre la propria impronta ecologica.
E’ il caso di Eni, la multinazionale dell’energia italiana, che proprio per responsabilità sociale da tempo ha introdotto la videoconferenza nei propri uffici. Risultato? Ogni anno vengono organizzate 52.000 riunioni in video, evitando che per ognuno di questi incontri si spostino (almeno) tre persone e risparmiando fino a 11.000 tonnellate di emissioni di C02. Eni, insieme a Vodafone, Solvay, Bcc Emilia Romagna, Regione Puglia, Consiglio Nazionale del Notariato, è uno dei principali clienti di Tandberg, colosso norvegese che controlla quasi il 50% del mercato europeo, posizionandosi soprattutto nella fascia top di mercato. E che ora sta spingendo per diffondere i propri servizi anche tra le piccole e medie imprese del Belpaese. “Tutte le grandi aziende italiane, a parte una, sono nostri clienti”, spiega a Finanza&Mercati Michele Dalmazzoni, country manager di Tandberg Italia. Gli altri competitor del settore sono la californiana Polycom, Sony e Aethra (azienda marchigiana che detta legge in Italia). Di recente poi si sono aggiunti anche i nuovi player dell’Unified Communications (Microsoft, Cisco, Hp, Ibm) che spesso fanno ricorso proprio alla tecnologia di Tandberg e Polycom per le loro soluzioni di comunicazione integrata.
Grazie al passaggio su protocollo IP (al posto delle instabili linee Isdn) e all’arrivo dell’alta definizione, le videoconferenze non sono più quell’incubo che erano in passato (audio fuori sincro, frequenti interruzioni della linea). E molti dipendenti stressati dalle continue trasferte ora iniziano a ricredersi: “La vita è decisamente cambiata, soprattutto per i manager che si spostavano con più frequenza”, spiega Marco Lavia della divisione Technology Operations di Vodafone Italia, società in cui i sistemi di videoconferenza vengono utilizzati per almeno 400 riunioni al mese.
Non solo grandi multinazionali, comunque. Come sottolinea Forrester, quando si parla di videoconferenza ci si riferisce ad almeno tre diverse realtà: quelle più economiche basate su Pc o videotelefono, le sale-riunioni, la telepresenza. Ora Tandberg intende spingersi anche nel sottobosco delle piccole e medie imprese italiane, considerato che il 70% delle Pmi nostrane conta tra le due e le cinque sedi. Una scelta azzardata per un settore sempre restio alle innovazioni tecnologiche? No, secondo Michele Dalmazzoni: “Le nostre soluzioni sono ormai alla portata di chiunque. Con un investimento minimo di 30.000 euro, è possibile allestire due sale riunioni collegate a 6 pc e con 24 partecipanti in streaming. Nella cifra è compreso tutto l’hardware e il software necessario (telecamere, codec, microfoni)”.
Oltre alle riunioni organizzative, la tecnologia può essere utile anche per le sessioni di training per le imprese che hanno delocalizzato le proprie attività all’estero. L’ultima soluzione di Tandberg offre soluzioni HD-ready anche per computer collegati con una webcam, mentre con investimenti più ingenti si può ricreare ambienti full-HD. “L’Italia, come tutto il Sud Europa, è ancora agli inizi per il video aziendale – continua Dalmazzoni – Dobbiamo vincere la diffidenza di chi è rimasto scottato in passato. Ma quando facciamo testare la nostra tecnologia, si ottiene sempre l’effetto uau. Come è successo di recente con il fondatore di una piccola azienda del bergamasco delocalizzata in Romania. Mi ha detto che in vita sua non aveva mai visto così bene un bullone”.

